martedì 23 agosto 2011

LIBIA:LE MENZOGNE DEI MEDIA OCCIDENTALI


 
UN SENTITO RINGRAZIAMENTO A TIZIANA PARRELLA.

Menzogne di una notte insonne (anche sotto il fortunato cielo italiano che nessuno bombarda dal 1945). Menzogne e arroganza fino all’ultimo in una guerra cominciata e continuata con notizie false, in cui i media hanno avuto il ruolo dell’aiuto carnefice. Solo la tivù russa Rt e quella venezuelanaTelesur spiegano che è una vittoria dovuta alla carneficina compiuta dalla Nato anche con droni ed elicotteri Apache soprattutto negli ultimi giorni. L'obiettivo è è quella democrazia che il popolo libico merita, dice il premier britannico Cameron. Peccato che in tutti i mesi scorsi proprio la Nato e i “ribelli” avessero sempre lasciato cadere le proposte di libere elezioni con controllo internazionale avanzate dal governo libico.
Cosa dicono i soliti media
La Nato fa strage a Tripoli bombardando di tutto e uccidendo 1.300 persone in poche ore come denuncia Tierry Meyssan del Réseau Voltaire; ma Repubblica on line scrive che Gheddafi bombarda la folla. Giusto un titolo, senza spiegazione, giusto un modo per non perdere l’allenamento. La stessa Repubblica che non si è mai degnata di chiamare soldati i membri – decimati — dell’esercito di un paese sovrano (erano sempre definiti “mercenari e miliziani”), adesso chiama “soldati del Cnt” i ribelli, tacciando invece di “pretoriani di Gheddafi” i superstiti soldati libici (quelli non decimati dalla Nato). (A proposito: uno del Cnt, Jibril, ha fatto appello ai suoi armatissimi “ragazzi” affinché diano prova di moderazione e non attacchino gli stranieri e chi non li appoggia (il rischio è certo visti i precedenti).
L’Unità scrive che Tripoli “è insorta”, quando in realtà è occupata dai cosiddetti ribelli con la copertura aerea della Nato e i civili cioè i disarmati se ne stanno rintanati nelle case (vedi le testimonianze ottenute al telefono). 
Il Corsera con il suo embedded sceso dalle montagne insieme ai ribelli spiega enfatico che dopo la “liberazione” di Zawya, “Tripoli si è sollevata” quando in realtà è stata piuttosto atterrata dai bombardamenti.
Rai News 24? Peacelink protesta con la redazione: “Nel vostro servizio avete nascosto il ruolo dei bombardamenti Nato, presentando i ribelli che libravano la Libia soli e festanti, per acclamazione popolare; alterato il senso della risoluzione 1973 che non prevedeva l’appoggio militare Nato agli insorti; taciuto il massacro in corso a Tripoli; presentato prevalentemente il punto di vista Nato (e sempre ripetono la storia dei mercenari neri e dei cecchini).
Anche il Fatto ci casca: “L’avanzata del Cnt rallentata dal traffico e dal caos e da centinaia di libici che inneggiano alla fine del regime”; “I tripolini sono usciti per festeggiare l’arrivo dei ribelli”. Ma centinaia di persone sono tante, in una metropoli? E comunque la foto della festa viene da Bengasi…
Tivù e media vari pubblicano foto di feste in piazza. Ma solo alcuni dicono che non si riferiscono a Tripoli ma a Bengasi appunto (da dove comunque decine di migliaia di abitanti sono fuggiti nei mesi scorsi e non più tornati nel regno degli uomini e dei bambini armati). Lo fa rilevare Peacelink osservando questa galleria. A Tripoli, sono i soli armati ribelli a festeggiare. Ma il fatto che si mescolino le cose nella stessa galleria non è casuale.
Per dare l’idea di festeggiamenti che non ci sono, Cnn mette foto di festeggiamenti non datati a Bengasi. Mentre la reporter dice “vedo strade vuote, le immagini sono di folle festanti con bandiera monarchica, però evocano Tripoli. In un altro collegamento, la elmettata reporter spiega – non senza ripetere la solfa del pericolo di cecchini di Gheddafi — che assolutamente nessun civile nelle strade…allora chi sta festeggiando? Gli armati. E sempre il titolo è “la Nato teme che Gheddafi possa colpire i civili”. Quindi pronti al tiro al piccione.
La cronista di Al Jazeera con elmetto dalla Piazza verde (il nome è già stato cancellato), parla di festa (e di paura per i soliti cecchini di Gheddafi…) del popolo libico, “vedete centinaia di persone” (in una città con milioni di abitanti)…alle sue spalle si pressano con la bandiera monarchica i ribelli armati, ma per lei sono i civili, il “popolo”, “you can see how people are excited, now they are in control of the capital”. La confusione voluta fra civili e amati ha fato da leit motiv di questa guerra. Anche a Baghdad, il giorno della caduta della statua di Saddam a opera di due marine Usa, gli iracheni presenti si contavano in qualche decina…Un film già visto.
La mattina la Cnn parla al telefono con la solita plurintervistata ottimo inglese libica diciannovenne che dice che dopo 42 anni sono liberi di parlare al telefono (ricordo però che gli oppositori a Gheddafi più che la mancanza di libertà mi evocavano, settimane fa, “gli ospedali che non funzionano e le scuole dove non si studia bene l’inglese”!); la tivù le chiede: “ma non c’è gente in strada, solo fighters?” e lei conferma. Allora, le folle festanti?
Anche la Reuters scrive: “I ribelli entrano in Tripoli, la folla celebra”. Quale folla? Non c’è nessun video né foto!
Intanto nessuno parla degli ospedali, che dovrebbero essere al collasso per troppi clienti.
Parlano i testimoni
Molti telefoni di persone incontrate a Tripoli poche settimane fa non rispondono (“out of order”). Per esempio Rafika, tunisina, ottimo italiano, che lavorava alla mensa dell’ospedale Tebbe, chissà quanti feriti ci sono adesso là.
Ma qualcuno risponde.
Mohamed, giovane del Niger che vive a Tripoli da 3 anni (lavorava con i cinesi) e che si arrovellava settimane fa su come spiegare al mondo la verità, adesso è rintanato in casa: “Siamo impotenti anche noi. Chi è disarmato non può avventurarsi fuori, dove tutti sono armati e si combatte. E’ terribile ma non possiamo che aspettare. Spero che non ci sia un’altra carneficina”. Ieri diceva “hanno bombardato intensamente anche vicino a casa mia, si è levata una grande polvere, impossibile respirare. Stiamo in casa, e preghiamo, è il ramadan”. L’altro ieri, prima degli ultimi sviluppi, chiedeva: “MA si sono viste lì le immagini della strage di 85 civili a Mejer, sotto le bombe della Nato fra l’8 e il 9 agosto? Sono sconvolto, anche perché qui i media internazionali non ne hanno parlato”.
Era impaurito sabato sera il cristiano pakistano Nathaniel, che già settimane fa si chiedeva dove sarebbe andato con la famiglia dopo 21 anni in Libia se gli islamisti fossero arrivati: “My sister qui bombardano di continuo, e sembra che i ribelli siano vicini… non so cosa fare, dove andare, chi ci proteggerà? Starò in contato con la cattedrale”. Oggi il suo cellulare non sembra aver copertura.
Se Nathaniel sapesse che forse è stata saccheggiata la chiesa a Dara (e monsignor Martinelli è in Italia). Così dice la statunitense JoAnne, da mesi a Tripoli con suo marito per documentare negli Usa i crimini di guerra della Nato e dei ribelli: “Siamo chiusi nell’hotel Corynthia, al centro di Tripoli. Nessuno si avventura fuori. Gli Apache hanno ucciso molte persone e i ribelli hanno armi pesanti… Doveva partire una nave proveniente da Malta, per evacuare gli stranieri ma i ribelli l’hanno bloccata”. Chiusa in casa anche Tiziana Gamannossi, imprenditrice italiana, l’unica rimasta a Tripoli, dove vive a Tajura: “Sto in casa, non si chiude occhio. I festeggiamenti per l’entrata dei ribelli? Ma se non c’è nessuno per strada, ho faticato a trovare un amico che mi riportasse a casa ieri. La disinformazione continua”.
Anche Hana, libica che lavorava per una compagnia petrolifera, è chiusa in casa, da parenti: “Ci siamo spostati perché la nostra casa è troppo vicina a Bab El Azyzya”, qui è tranquillo ma nelle strade non c’è nessuno. Mi hanno detto che volavano anche gli Apache, io non li ho visti vicino a casa. Sì, abbiamo l’acqua e la luce e cibo abbastanza. Stiamo ancora digiunando per il ramadan… fino a fine mese. Non avrei mai pensato che finisse così”.
Lizzie Phelan, giovane giornalista inglese indipendente, aveva un blog che le è stato bloccato: “Poco prima avevo denunciato alla tivù russa RT il fatto che Al Qaeda sia ben presente fra i ribelli arrivati a Tripoli. Qui intorno al Rixos la situazione sembra adesso calma. Ma non si sa come evolverà. Aspettiamo di andare, noi stranieri, in un’ambasciata, forse quella russa”.
Non risponde il telefono di Zinati, quarantenne libico che da mesi “abitava” con il suo computer su un tavolo all’hotel Rixos cercando di aiutare il portavoce Mussa Ibrahim nei difficili rapporti con i giornalisti e con le delegazioni: “Ero tornato qui in febbraio per sistemare delle cose e ripartire per il Canada dove vivo da anni; invece sono rimasto, non potevo lasciarli così” diceva settimane fa.
La guerra Nato in Libia, la quinta alla quale l’Italia ha partecipato in venti anni, a cento anni dall’avventura coloniale in Libia, continua com’è iniziata: con grandi menzogne e una continua mistificazione, anche grossolana. Ignorando le vere cause. E con nessun rispetto per le vittime, tante.La Norvegia — paese più civile — si è ritirata. L’Italia, serva in passato e ora, no.

Marinella Correggia 
   


dm

http://www.agoravox.it/Libia-menzogne-e-omissioni-dei.html

lunedì 22 agosto 2011

LIBIA:COME SI VIVE SOTTO LE BOMBE?


Ogni sera sotto le bombe
con l'incognita del futuro

di GIOVANNI INNOCENZO MARTINELLI*


Per concessione del settimanale Vita 1 pubblichiamo il contributo da Tripoli del vicario apostolico Giovanni Innocenzo Martinelli

TRIPOLI - Le bombe qui a Tripoli cadono quando scende il buio. Iniziano verso le nove della sera, ogni sera dal 17 marzo in qua. È un crescendo sino alle tre di notte. Quando viene identificato un obiettivo cominciano i sorvoli, e i rimbombi, un colpo dietro l'altro. Non capisco neanche cosa colpiscano, con tutte quelle bombe: quando a Bab Al Aziziyah, dove c'è il bunker di Gheddafi, colpiscono una, due, tre volte... basta!, dico io, non ha più senso continuare a bombardare. Per le persone che vivono qui a Tripoli è una tortura, si sta in un terrore continuo: quando si sentono per tutta la notte gli aerei che ti girano sopra la testa, e poi ogni tanto una bomba che cade, e i clacson delle macchine che portano i feriti, monta la paura, chi riesce a dormire?

Dicono che le bombe siano mirate ad obiettivi strategici. Mi chiedo quanti siano questi obiettivi se questa guerra assurda va avanti da quasi sei mesi. E poi non è vero che le bombe siano destinate solo a Gheddafi e a chi lo sostiene. L'altra notte è stato bombardato un grande capannone qui in città. Era un deposito che conservava cibo, pasta, olio... Bombardarlo è stato veramente un insulto alla Provvidenza. Settimana scorsa una stazione radio è stata sfondata da un ordigno, che ha squarciato anche le case tutto intorno. Non mi dicano che erano obiettivi 

strategici anche quelle...

Questo, avviene di notte. Durante il giorno poi la vita scorre a un ritmo quasi normale: c'è chi va al lavoro, fino a poco tempo fa c'era la scuola... Almeno apparentemente continua una certa vita sociale, e ora che siamo in periodo di Ramadan anche la sera si comincia a vedere un certo movimento.

Nella quotidianità, una conseguenza della guerra è l'aumento dei prezzi dei beni alimentari, che sono addirittura triplicati: la vita, per tanti, diventa difficile. Capisco la guerra e le difficoltà diplomatiche, ma non capisco perché non si possa aiutare la gente che soffre. È necessario venire a vedere, per capire quanto ci sia bisogno di aiuti anche a Tripoli. Bisogna aprire dei corridoi umanitari, toglierci dall'isolamento.

Tempo fa le Nazioni Unite avevano fatto pervenire cibo e materiale da Tunisi, e noi ne abbiamo distribuito alle persone che avevano più bisogno, adesso però non arriva più niente. Non so se realmente non ne hanno più, se hanno chiuso le porte, se forse ricominceranno di nuovo... Pare che vogliano aprire un canale da Malta, che la Croce Rossa volesse tentare una cosa del genere, ma nessuno ti dice che cosa vogliano fare.

Ciò che mi colpisce di più di questa città in guerra sono le file di macchine per fare il rifornimento di benzina. Davanti a ogni stazione di benzina ci sono almeno trecento, quattrocento auto che attendono anche due giorni in coda prima di fare il pieno. Paradossale, in un Paese che produce tanto petrolio: non arriva più benzina? Forse le raffinerie sono state sequestrate? O forse è una forma di embargo? Non riesco a capire. Sta di fatto che non c'è benzina, in città. Con le istituzioni locali non abbiamo quasi più rapporti, se non con gli uffici che gestiscono i servizi sociali e con cui siamo più in contatto, e quindi risposte a questi come a tanti altri quesiti non le abbiamo.
Quasi ogni giorno c'è qualche giornalista che ci chiama: per sapere com'è la nostra vita, cosa ne pensiamo della situazione, vogliono sentire il nostro parere. Si può dire che il nostro impegno più forte, oltre a quello pastorale, è rispondere alla stampa, alle televisioni e alle radio di qualsiasi nazionalità. Anche alla televisione nazionale libica, e alla stampa locale. Non ci sottraiamo alle domande, perché pensiamo sia importante dare la nostra testimonianza. Siamo una piccola comunità francescana, qui nella capitale della Libia in guerra: tre sacerdoti filippini, un maltese, un egiziano e il sottoscritto. Poi c'è una comunità di suore che opera nei centri sociali che accolgono persone disabili e anziani.

Da quando sono iniziati i bombardamenti noi padri abbiamo dovuto ridurre le funzioni religiose: non è prudente per le persone uscire la sera, allontanarsi dalla propria casa. E anche per chi celebra è meglio non girare in città dopo il tramonto. La domenica, celebriamo la messa solo la mattina, e così facciamo anche il venerdì e il sabato. Facciamo i servizi religiosi in inglese, in francese e celebriamo qualche messa anche in italiano, per gli italiani che ancora sono presenti in città. La nostra ormai è una pastorale ridotta al minimo: prima si girava tutto il Paese per incontrare le comunità cristiane, ora abbiamo perso i contatti con le altre città libiche.
Fino a qualche settimana fa da Tripoli era possibile raggiungere Misurata, ora non più. Anche le suore presenti a Yefren, che prestavano assistenza in ospedale, hanno dovuto far ritorno alla capitale. L'unico è padre Serso, uno dei nostri fratelli filippini, che riesce ad arrivare fino a Sebha, la città giù ai confini con il deserto, nel Fezzan. Si muove in corriera, o con i taxi collettivi: va e si ferma un paio di giorni lì dove c'è una grossa comunità di immigrati dall'Africa subsahariana. Sta con loro, svolge i servizi religiosi, e poi torna. Più a sud di Sebha è impossibile andare.

Qualche giorno fa abbiamo incontrato le rappresentanti di un comitato di donne musulmane: "Grazie per le vostre preghiere", ci hanno detto. "Grazie per essere insieme a noi, che sperate come noi che la Libia possa tornare in pace. Monsignore, chieda al Papa di far terminare i bombardamenti, perché i nostri bambini soffrono".
A loro non interessa se io sia italiano o libico, vescovo o no (ma io sono nato in Libia...). Mi conoscono per quello che faccio e che dico, mi conoscono per la mia funzione, per le mie posizioni che vengono riprese anche nei loro giornali, e sono molto attenti a quello che io dico alla stampa italiana. Sanno bene come la penso.

Qualche mattina fa è venuto a trovarci un signore con un paniere di fichi, belli, freschi. "Ma perché?", gli ho chiesto io, sorpreso. "Perché siete con noi", mi ha risposto, e senza aggiungere altre parole ci ha salutato ed è andato. È un piccolo segno, importante, di amicizia in questa situazione in cui tutti qui a Tripoli ci troviamo.
In occasione del Ramadan avevo chiesto una tregua per i bombardamenti, e in Italia diversi uomini politici, oltre al Vaticano, si sono fatti promotori di questa iniziativa. Quando hanno saputo di questa mia iniziativa, qui a Tripoli sono rimasti sorpresi: "Ma come, il vescovo cattolico chiede una tregua per noi musulmani, e noi musulmani non riusciamo a fare corpo per chiedere questa cosa?".

Purtroppo il mio appello è stato rigettato, direi quasi con disprezzo: "No, Gheddafi deve andare via", dicono, "non ci interessa il Ramadan. I bombardamenti continueranno fino a quando lui non andrà via". Non sanno il disastro che stanno combinando ostinandosi a fare la guerra. Non parlo solo dei danni materiali, delle vite uccise, delle case distrutte, della paura che paralizza anche le attività normali. Parlo del futuro. Che Libia potrà mai uscire dalla logica delle bombe? Loro non conoscono la vera anima di questa terra, che non può esistere se divisa. Questo Paese si è sforzato di vivere l'unità nonostante la diversità dei suoi ambienti, quello del deserto, quello della Cirenaica, la Tripolitania. E nel bene o nel male Gheddafi ha dato un'identità alla Libia, un'identità certamente musulmana, ma anche aperta al progresso.

Invece di buttare le bombe bisognerebbe aiutare la Libia a darsi un futuro. Così dovrebbero fare Paesi che si dicono "civili". Qui ci sono già tante persone che hanno un'idea positiva per la Libia. Le conosco, le incontro ogni giorno: mi auguro che ci sia presto un'intera classe politica capace di governare. Ci sono persone valide, che si sono distinte in questi anni. Bisognerebbe fare le elezioni, creare dei comitati locali. La Libia è un Paese meraviglioso: ha solo bisogno di proseguire il cammino alla ricerca della propria identità. Che è quella musulmana, araba, beduina. Bisogna aiutarla a crescere.

* (l'autore è vicario apostolico di Tripoli)
 
(21 agosto 2011)


QUESTA E' LA LIBIA DEL TIRANNO

UN SENTITISSIMO RINGRAZIAMENTO A MARCO QUARANTA PER LE PRECISAZIONI                                        
Elettricità domestica gratuita per tutti Acqua domestica gratuita per tutti Il prezzo della benzina è di 0,08 euro al litro Il costo della vita in Libia è molto meno caro di quello dei paesi occidentali. Per esempio il costo di una mezza baguette di pane in Francia costa più o meno 0,40 euro, quando in Libia costa solo 0,11 euro. Se volessimo comprare 40 mezze baguette si avrebbe un risparmio di 11,60 euro. Le banche libiche accordano prestiti senza interessi I cittadini non hanno tasse da pagaren e l’IVA non esiste. Lo stato ha investito molto per creare nuovi posti di lavoro La Libia non ha debito pubblico, quando la Francia aveva 223 miliardi di debito nel Gennaio 2011, che sarebbe il 6,7% del PIL. Questo debito per i paesi occidentali continua a crescere Il prezzo delle vetture (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault…) è al prezzo di costo Per ogni studente che vuole andare a studiare all’estero, il governo attribuisce una borsa di 1 627,11 Euro al mese. Tutti gli studenti diplomati ricevono lo stipendio medio della professione scelta se non riescono a trovare lavoro Quando una coppia si sposa, lo Stato paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati) Ogni famiglia libica, previa presentazione del libretto di famiglia, riceve un aiuto di 300 euro al mese Esistono dei posti chiamati « Jamaiya », dove si vendono a metà prezzo i prodotti alimentari per tutte le famiglie numerose, previa presentazione del libretto di famiglia Tutti i pensionati ricevono un aiuto di 200 euro al mese, oltre la pensione. Per tutti gli impiegati pubblici in caso di mobilità necessaria attraverso la Libia, lo Stato fornisce una vettura e una casa a titolo gratuito. Dopo qualche tempo questi beni diventano di proprietà dell’impiegato. Nel servizio pubblico, anche se la persona si assenta uno o due giorni, non vi è alcuna riduzione di stipendio e non è richiesto alcun certificato medico Tutti i cittadini della libia che non hanno una casa, possono iscriversi a una particolare organizzazione statale che gli attribirà una casa senza alcuna spesa e senza credito. Il diritto alla casa è fondamentale in Libia. E una casa deve essere di chi la occupa. Tutti i cittadini libici che vogliono fare dei lavori nella propria casa possono iscriversi a una particolare organizzazione, e questi lavori saranno effettuati gratuitamente da aziende scelte dallo Stato. L’eguaglianza tra uomo e donna è un punto cardine per la Libia, le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità. Ogni cittadino o cittadina della Libia si puo’ investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale, in un sistema di DEMOCRAZIA DIRETTA (iniziando dal Congresso popolare di base, permanente, fino ad arrivare al Congresso generale del popolo, il grande Congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno).

Agli altri le chiacchere a Gheddafi i fatti
.

domenica 21 agosto 2011

LA VERITA' IN TASCA _di Gianluca Freda_


un particolare ringraziamento a teresa parrella per averci mandato questa nota!

Ogni volta che Gheddafi parla, i media si fanno prendere dal panico, perché la NATO non sta ottenendo nessun risultato sul campo e perciò l'unico modo di offrire un'apparenza di successo è  quello di creare uno scenario simulato attraverso i media, in modo da convincere il Consiglio di Sicurezza e l'opinione pubblica internazionale che vale la pena di continuare questa guerra.

(Lizzie Phelan, corrispondente da Tripoli per Russia Today, 21-08-2011)


Questa notte, mentre cercavo di capire attraverso internet cosa stesse succedendo a Tripoli, ho provato ancora la terribile sensazione – che immagino sia piuttosto comune tra i blogger - di essere l’unico sopravvissuto sulla Terra ad un improvviso e apocalittico diluvio universale di menzogne. Menzogne che non si limitano a distorcere o nascondere la realtà, ma la capovolgono a testa in giù, la fabbricano dal nulla senza prove, senza conferme, senza riscontri, generandola letteralmente dall’aria sottile; e poi la smerciano per autentica ai consumatori di giornali e di televisione, i quali non possono che assorbirla senza discutere, non avendo alcuno strumento per verificarla di persona (in realtà lo strumento c’è, ma, come ho potuto sperimentare stanotte, esso è molto faticoso e doloroso da utilizzare). Ero sorpreso di essere sorpreso. E’ da quando ho aperto questo blog che vado dicendo che tutto ciò che crediamo di sapere è falso, che bisogna spegnere l’informazione mainstream, che le “notizie” che riceviamo dalla stampa e dalla TV non sono altro che disinformazione, uno scenario di cartapesta malamente pitturato dietro la commedia per allocchi che chiamiamo “democrazia”. Ma una cosa è parlare, un’altra è il momento terribile in cui si ascolta con le proprie orecchie il frastuono agghiacciante dello schiacciasassi della disinformazione che si mette in moto. Ciò che si prova – in particolare se l’esperienza avviene di notte - è un senso d’isolamento indescrivibile, come se si fosse rimasti soli al mondo e il resto dell’umanità fosse stato rapito da una nave aliena e trascinato in una dimensione inverosimile.


Avevo passato buona parte del pomeriggio a reperire su internet quache fonte d’informazione indipendente per l’articolo di ieri. Le poche notizie che avevo trovato non bastavano, ovviamente, a capire esattamente cosa stesse succedendo a Tripoli. Erano però più che sufficienti ad avere almeno un’idea di massima di cosa non poteva assolutamente succedere. Ma verso mezzanotte i media hanno iniziato a tessere ancora una volta la loro lurida tela, trasformando l’improbabile e l’inverosimile in realtà condivisa. Centinaia di fonti giornalistiche e migliaia di siti internet hanno iniziato a diffondere le stesse notizie: i ribelli avanzano verso Tripoli, i quartieri di Tajoura e Suk Jomaa sono stati conquistati, la folla scende in strada per festeggiare la liberazione, Gheddafi e i suoi familiari sono fuggiti dal paese. Chiunque si sarebbe arreso di fronte alla mole e all’unanimità schiacciante di questa mareggiata di notizie tutte uguali, finendo per accettare l’assurdo per realtà. Solo un lettore che avesse fatto un minimo di ricerca, avesse esperienza dei meccanismi della disinformazione e – soprattutto – fosse abituato a diffidare dell’opinione delle maggioranze, poteva rendersi conto di quanto profondamente falsi e ridicoli fossero questi rapporti.


Tripoli non è una città che possa essere conquistata in una notte, neppure da un esercito disciplinato ed armato fino ai denti. Figuriamoci da uno scalcagnato manipolo di vermi. Chi sta cercando di conquistarla in queste ore (come spiega l’inviato Franklin Lamb nel video di Russia Today che ho messo qui sotto), sono gli aerei della NATO, rischiando di compiere un massacro di civili che avrà proporzioni imprevedibili e che deve dunque essere attribuito ad una “battaglia campale contro il dittatore”, non certamente gli inesistenti “insorti” di cui vanno cianciando stamattina i nostri giornali. Le cosiddette “milizie ribelli”, cui vengono attribuite tante esaltanti conquiste, in realtà non esistono nemmeno. Non sono “milizie”, ma gruppuscoli di mercenari feroci, composti al massimo di qualche decina di unità, che non hanno mai “conquistato” un bel niente, neppure quando erano all’apice delle loro forze, prima cioè di essere decimati dalle lotte intestine e dalle batoste subite da parte dei lealisti. Tutto ciò che sanno fare è arrivare all’improvviso in qualche centro cittadino, seminare morte e terrore tra la gente per conto dei loro mandanti della Coalizione, salire su una camionetta per scattarsi qualche foto mentre sollevano le dita a “V” (invece di infilarsele in culo) per poi darsela a gambe come conigli, prima che l’esercito governativo arrivi a farli secchi, cosa che, grazie a Dio, avviene piuttosto di frequente. In molti casi questi picchetti di manigoldi non arrivano neppure dall’esterno: sono già presenti all’interno delle città e si attivano per ordine degli agenti dell’intelligence occidentale che si trovano sul campo. Quando ricevono il via, iniziano a sparare per le strade, per aria o contro qualche inerme passante, si appostano sui tetti come cecchini, abbattendo civili e agenti di polizia, danno fuoco agli edifici, fanno un gran casino al solo scopo di seminare il terrore e lo scoramento tra la popolazione, non certo per “conquistare” qualcosa. E’ esattamente questo che è accaduto ieri sera a Tripoli, come confermato dai giornalisti indipendenti presenti sul posto. Non c’è stato nessun “attacco dei ribelli” contro la città, solo la consueta buriana scatenata da cellule dei servizi occidentali nascoste in alcuni quartieri cittadini e prontamente neutralizzate dalle forze di polizia di Tripoli, che ormai conoscono la solfa.

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=SmWOcyE6zBc

Quello che è agghiacciante è il toccare con mano, fase per fase, il processo con cui la disinformazione nasce, cresce a dismisura e si diffonde su scala globale in ogni angolo del pianeta, come una pestilenza virulenta e implacabile. Una fonte reputata “autorevole” (diciamo, ad esempio, Al Jazeera o la CNN) dice o scrive una puttanata sesquipedale, che viene ripresa da decine e decine di altre testate in tutto il mondo. Quasi sempre la puttanata è accuratamente predisposta in anticipo da chi controlla la fonte “autorevole”, ma ciò è essenziale solo sul piano teleologico, non su quello dell’effetto estetico finale. Visto che la fonte è universalmente ritenuta “autorevole” (non si sa bene il perché) nessuno si preoccupa di verificare o controllare la notizia, né di ragionarci sopra, neppure per una frazione di secondo. Ragionare troppo rischia di far parlare poco e per la maggior parte della gente la chiacchiera è vitale. Dunque la puttanata inizia a straripare per gli organi di stampa come un torrente in piena. A qualche punto della catena, alcune testate, per insaporire la broda, s’inventano qualche puttanata di contorno con cui abbellire la puttanata di base. Questa nuova puttanata viene a sua volta ripresa da migliaia di testate, comprese quelle che erano all’origine della catena, le quali a loro volta ci ricamano sopra nuove puttanate; e così, passando di redazione in redazione, di agenzia in agenzia, l’originario peto di una fonte “embedded” si trasforma in una valanga di merda di proporzioni planetarie, che sommerge ogni anfratto del creato con il proprio liquame. A rendere più consistente la catastrofe, si sono aggiunti, negli ultimi tempi, gli imbecillissimi social network, vera e propria fucina di stronzate, inesauribile come un ghiacciaio alpino. Stanotte su Facebook e Twitter si poteva leggere, riguardo alla situazione a Tripoli, qualunque minchiata un uomo possa desiderare.


“I ribelli hanno liberato 500 prigionieri nel quartiere di Tajoura!”
“Il popolo di Tripoli sta scendendo in piazza per liberare la propria capitale!”
“L’aeroporto internazionale di Tripoli è stato occupato dai ribelli!”
“No, no, era l’aeroporto militare!”
“Gheddafi sta fuggendo in Venezuela con i suoi familiari!”
“I ribelli controllano il Museo Islamico di Sidi Khalifah!”
“Vive la liberté!”


E così via, dite una cazzata qualunque e sui social network, stanotte, essa c’era. Il paradiso dei cazzari.


Travolto da quest’alluvione cosmica di idiozie, anche il lettore più smaliziato fatica a credere che le migliaia di fonti che trova su Google, e che dipingono tutte pressappoco lo stesso scenario, stiano in realtà giocando tutte a rimpiattino con la stessa fregnaccia. Solo un blogger, o comunque una persona esperta di meccanismi di propaganda, riesce a riconoscere, nella realtà apparentemente caleidoscopica che internet gli offre attraverso i motori di ricerca, i tratti del fatuo ologramma, composto in ogni suo punto della stessa bugia ripetuta all’infinito. A ciò si aggiungano i disinformatori prezzolati, come il branco di criminali di “Repubblica”, i quali non cessano di strepitare le stesse stronzate anche dopo che esse sono state platealmente smentite.


Stanotte ho cercato per ore, tra le decine di migliaia di “notizie” che si rincorrevano sul web, qualcosa che avesse l’aspetto di una fonte attendibile, cioè di una persona con un nome e un cognome, presente sul posto e non appartenente alla cricca dei disinformatori della stampa di regime venduta agli Stati Uniti. Ne ho trovate, dopo lunga ricerca, solo tre o quattro. Tra esse, il solito Moussa Ibrahim, portavoce del governo libico, che ha spiegato fin da subito come realmente stavano le cose: nessun attacco dei ribelli, solo un gruppuscolo di mercenari prezzolati, già presenti in città, di nazionalità egiziana, algerina e tunisina, che hanno cercato di scatenare il panico tra la gente, ma sono stati prontamente arrestati e/o stecchiti dalla polizia di Tripoli. Verso le tre di notte, poi, è arrivata la conferma di Russia Today, che ha mandato in onda in piena notte – Dio li benedica – il rapporto del corrispondente da Tripoli, Mahdi Nazemroaya (vedi filmato in apertura dell’articolo di ieri), il quale, oltre a spiegare quale fosse la situazione effettiva, ha anche denunciato il complotto ordito dagli organi di stampa americani per terrorizzare e demoralizzare la gente di Tripoli. E’ stata una faticaccia immane, soprattutto psicologica, che costringe ogni persona che voglia informarsi a lottare contro i propri sensi, contro un’apparenza soverchiante che rischia di sopraffare la logica e la ragione in ogni momento. Come dicevo, gli strumenti per procurarsi informazioni attendibili esistono, ma nell’utilizzarli si è presi da un tale senso di solitudine e impotenza, di fronte allo sciame meteorico di falsità da cui siamo bombardati, che non tutti sono disposti ad affrontare lo sforzo e finiscono, in ultima analisi, per accettare passivamente l’informazione precotta fornita dai media ufficiali. E’ per questo che la guerra psicologica contro le popolazioni ha sempre funzionato, e sempre funzionerà, egregiamente.


Ed è per questo che rido di gusto quando sento qualche mentecatto accusare noi “complottisti” di avere “la verità in tasca”. Non ce l’abbiamo in tasca. Ce la sudiamo ogni giorno, la verità, estraendola a picconate dalle miniere di idiozie che la stampa nazionale e internazionale cerca di propinarci; la dissotterriamo faticosamente dalle tonnellate di pattume con cui il regime dei colonizzatori quotidianamente tenta di coprire i propri crimini, confrontando e analizzando con i nostri pochi strumenti le scarne notizie che sembrano avere un qualche valore. Certo, qualche volta (ma poi neanche tanto spesso) facciamo qualche errore. Ma è proprio questa la differenza tra noi e un mentecatto qualunque: il mentecatto non sbaglia mai. Succhia dal biberon, tutte intere, le razioni di merda che il regime gli mette a disposizione, sorridendo beato e concorde, come se stesse ingurgitando informazione pura. Poi le vomita su qualche blog anonimo e le rimangia daccapo con gusto, senza lavorare, senza mai sforzarsi, senza porsi domande, come l’uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico. Gli auguro buon appetito, ma vorrà scusarmi se non me la sento di favorire.


articolo del 20 agosto TERRORISTI DI CARTA : http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=855:gianluca-freda&catid=32:politica-internazionale&Itemid=47#comments

mercoledì 10 agosto 2011

BIN LADEN: MA QUANDO E' MORTO?


un grazie particolare a silverio di castro per il prezioso contributo!               I SEALS ABBATTUTI NON POTRANNO PIÙ PARLARE

Trentuno soldati statunitensi sono rimasti uccisi quando l’elicottero, un Boeing Chinook, su cui stavano volando è precipitato in Afghanistan.
Dei trentuno deceduti, venti erano membri del SEAL Team 6.
Ero già stato precedentemente informato (da un colonnello in pensione dell’intelligence dell’esercito) che si tratta delle stesse persone che si ritiene abbiano ucciso di recente Osama bin Laden a Abbottabad. [NB: il Seal Team 6 è un gruppo ultra-scelto di agenti “in nero” che è al di fuori del protocollo militare, che partecipa a operazioni che hanno il più alto livello di segretezza e che spesso oltrepassano i limiti delle leggi internazionali.]

La storia ufficiale narra che i talebani hanno abbattuto l’elicottero. Ho i miei dubbi (come hanno molti altri che hanno più senno di voi, davvero).
[Ricordatevi di Pat Tillman, la stella del football che sciolse un contratto ricchissimo e andò volontario in Afghanistan sulla scia dell’impeto patriottico post-11 settembre? La storia ufficiale è che Tillman stia stato ucciso dal fuoco amico. Secondo le informazioni provenienti da molti soldati statunitensi (alcuni li conosco personalmente), Pat Tillman è stato assassinato dal suo governo. Si dice che Tillman, il perfetto simbolo per il reclutamento militare, si stava risvegliando dalle bugie dell’11 settembre e aveva iniziato a parlare un po’ troppo. Le parole hanno risalito velocemente la catena di comando. È stato ucciso da tre proiettili alla testa sparati da distanza ravvicinata. Davvero un fuoco amico.]
“Nessuno viene mai ingannato. Ci si inganna da sé.” - Goethe
Ricordate quell’immagine simbolo degli iracheni festosi che aiutavano ad abbattere la statua di Saddam? Un mio conoscente dei Marines mi disse di un amico che era davvero sul posto, in quella piazza. In realtà, non c’erano più di cinquanta iracheni in quella “folla festosa” e praticamente tutti erano stati pagati per partecipare a quel servizio fotografico. [Avete per caso notato che c’erano solo alcune riprese fatte da un solo angolo di inquadratura? Il resto della piazza era totalmente vuoto, a parte il personale militare USA e le apparecchiature.]
C’è stata un’altra foto classica, quella di Saddam barbuto e in disordine che sbucava da una tana con le mani pateticamente sospese nell’aria in un gesto di sconfitta totale. Ve ne ricordate?
È anche quella una manipolazione. Ho fatto personalmente la conoscenza di un ex Marine che conosce una delle persone che ha aiutato a mettere in scena quel sordido affare.
La verità è che Saddam fu alla fine messo nell’angolo in casa di uno dei suoi amici, e che lottò valorosamente fino all’ultimo proiettile. Fu alla fine catturato, ancor più scapigliato (e già non doveva essere un figurino dall’inizio), costretto con la forza a infilarsi in quel buco e ricoperto di sporco per assicurarsi un’immagine degna di Hollywood. Il solo scopo di quella foto era quello di demoralizzare la popolazione irachena mostrando il loro leader rannicchiato in atteggiamento di sconfitta.
La VERA morte di Osama bin Laden
È ben noto grazie a insider della forze armate (e anche ad altri che si affidano a fonti alternative per le loro notizie) che Osama bin Laden è morto per cause naturali nel 2001. Era appena ritornato in Pakistan da Dubai dopo essere stato sottoposto a un trattamento medico all’Ospedale Americano.
Già nel marzo del 2000, Asia Week espresse preoccupazione per la salute di bin Laden, parlando di un serio problema di salute che avrebbe potuto mettere la sua vita in pericolo a causa di "un’infezione renale che si è propagata al fegato e che richiede una speciale cura.”
Dopo essere decollato da Quetta in Pakistan, bin Laden giunse a Dubai e fu trasferito all’Ospedale Americano. Fu accompagnato dal medico personale e da un “fedele assistente” (probabilmente al-Zawahiri). Osama fu accettato nel famoso dipartimento di urologia guidato dal dottor Terry Callaway, uno specialista di calcoli biliari e di infertilità.
Bin Laden fu curato in una delle suite riservate ai VIP presenti nell’ospedale. Durante il suo ricovero, ha ricevuto visite da molti membri della sua famiglia, così come da importanti personalità dall’Arabia e dagli Emirati Arabi. Nel corso della permanenza all’ospedale, l’agente di zona della CIA, ben noto a Dubai, fu visto prendere l’ascensore dell’ospedale per il piano di bin Laden.
Pochi giorni dopo, un uomo della CIA si vantò con pochi amici di aver visitato bin Laden. Fonti affidabili riportano che il 15 luglio, il giorno successivo al ritorno di bin Laden da Quetta, l’agente CIA fu richiamato al quartier generale. [NB: i contatti tra la CIA e bin Laden sono iniziati nel 1979 quando, in rappresentanza degli affari della famiglia, iniziò a reclutare volontari per la resistenza afghana contro l’esercito sovietico.]
L’ULTIMA “morte” di bin Laden
Quello che è stato riferito al mondo intero sulla recente “Morte di Osama bin Laden” è meschino e risibilmente assurdo (specialmente sul fatto che non siano state eseguite perizie medico-legali, e che il corpo sia stato velocemente scaricato in mare. L’ultima foto truccata è l’argomento decisivo).
La verità è che bin Laden è morto da un bel po’ di tempo.
Il rebus di Abbottabad era una complessa psyop per fornire un po’ di serenità al pubblico statunitense per poter scatenare la propaganda dei media, rimanendo sempre, senza contraddittorio, all’interno della più grande, terribile e più costosa truffa di tutti i tempi: l’11 settembre e la "Guerra al Terrore".
E ora ogni singolo membro del SEAL Team 6 che ha partecipato all’operazione psicologica “dell’assassinio” è morto.
Per puro caso, mi venne da ridere quando lessi un titolo particolarmente divertente sull’ultima morte di Osama, nella rivista US Business Insider: “Ecco a voi il 'Seal Team 6', i prepotenti che hanno ucciso Osama Bin Laden”.
Bene, adesso tutti questi poveri “prepotenti” sono morti.
E i morti non parlano.

La “recente morte” di Osama ci fa venire in mente le foto che erano presenti nella prime pagine dei giornali durante l’invasione dell’Iraq.
NAVY SEALS
NAVY SEALS